Casale con piscina in Val d'Orcia

 

 

 

Monumenti, architetture e arti figurative
Il territorio comunale di Santa Fiora confina ad est con quello di Piancastagnaio e ad ovest con quello di Arcidosso. Comprende l'agglomerato di Santa Fiora, con un nucleo storico di notevole interesse, e le borgate di Bagnolo e di Bagnore, oggi eleganti centri di attrattiva turistica. Inizialmente Santa Fiora fu possedimento dei Monaci di san Salvatore, ma per poco tempo.
Prima del 1000 infatti si insediarono gli Aldobrandeschi, che ne fecero il centro indiscusso del loro vastissimo feudo, che nel 1274 fu diviso nei due rami, entrambi della casata aldobrandesca, che presero il nome, così come sono storicamente attestati di "ramo di Sovana" e "ramo di Santa Fiora". A quest'ultimo competeva tutta la zona amiatina.

Per effetto combinato di matrimoni, agli Aldobrandeschi di Santa Fiora, successero gli Sforza e successivamente gli Sforza-Cesarini, che rimasero feudatari anche quando subentrò la dominazione medicea.
Del vecchio maniero aldobrandesco rimane la austera torre dell'Orologio, e limitrofo ad essa il Palazzo Sforza-Cesarini, oggi sede municipale, dalla veste tardo-rinascimentale con una galleria che collega la piazza Garibaldi con le strade di penetrazione al paese.
Lungo la via Carolina, la strada che si addentra nella parte medievale del paese, si affaccia il fronte della Pieve delle Sante Flora e Lucilla, un fronte a capanna con rosone, dall'aspetto sobrio, che collima con la scenografia delle più importanti chiese dell'Amiata. Nell'interno alcune bifore in elegante forma gotica sono a corredo di opere d'arte di inestimabile valore, le ceramiche robbiane risalenti al periodo che va dal 1445 al 1510 circa, attribuibili, senza grandi remore, per forme stilistiche e per analisi dei materiali utilizzati, ad Andrea della Robbia, maestro ceramista del rinascimento fiorentino. I temi ovviamente sono tutti sacri. Si segnala solo l'opera più importante che è la pala d'altare che raffigura "l'Assunzione della Vergine" circondata da un numeroso stuolo di angeli e santi., ma la serie delle terrecotte invetriate, cioè delle ceramiche robbiane, nelle pareti e nel pulpito della chiesa, è veramente cospicua.
 Inoltre nella sagrestia e nella canonica dello stesso tempi sono conservati arredi sacri (tele, reliquiario delle sante Flora e Lucilla) del quattrocento senese. Nella parte più bassa, verso la rupe che incontra la vallata, la chiesa di Sant'Agostino, con alcuni lavori in legno intagliato, di eccelso valore artistico, tale da farne attribuire l'esecuzione a Jacopo della Quercia, o almeno alla sua scuola, attualmente dislocati nel museo diocesano di Pitigliano.

Ancora lavori artistici di scuola senese, fra cui un crocifisso ligneo e una tavola quattrocentesca. Altri templi, che completano il sistema di culto e di attiva devozione della Santa Fiora dei tempi passati, sono la Madonna del Suffragio, lungo la via Carolina, con stucchi settecenteschi, ove sono custoditi i tre crocifissi a tronco, che sono trasportati solennemente in processione ogni 3 maggio, secondo un'antichissima tradizione; la Madonna delle Nevi (ove ritroviamo Francesco Nasini), collocata vicino alla Peschiera, e il Convento delle Clarisse, suore di clausura, nel cui coro è rinvenibile un crocifisso ligneo del quattrocento senese.
In prossimità della frazione Selva, è il Convento francescano della Santissima Trinità, un complesso di grande suggestione, in posizione isolata in mezzo ad un bosco di castagni e querce, di origine incerta, ma restaurato nel XVIII secolo, con un recupero abbastanza fortunato di pale cinquecentesche, fra cui la tela più importante, opera di Girolamo di Benvenuto, raffigurante una "Assunzione della Vergine con santi".
Nei paraggi del chiostro è conservata in una bacheca una leggendaria "testa di drago" ad evocare un episodio di caccia del conte Guido Sforza, ovviamente attestata dal reperto votivo, ma non dalle cronache del tempo. Due strutture architettoniche, una storica e civile e l'altra legata al culto, sono presenti nel territorio comunale di Arcidosso.

Il Castello con torre merlata, che si da costruito negli annali storici, addirittura prima del 1000, oggi restaurato, ha costituito un centro di potere prima con gli Aldobrandeschi, la cui sede principale rimaneva comunque a Santa Fiora, poi con la Repubblica di Siena, e successivamente con il Granducato di Toscana, che allocavano nel castello di Arcidosso il Capitano del Popolo e i vari consoli o podestà che amministravano una vasta zona dell'Amiata occidentale.
L'altra struttura, di natura sacra, è la Pieve di Lamulas un santuario ricordato come possesso degli abati di San Salvatore, distrutta dalle armate senesi nel 1264 e ricostruita subito dopo. Anche qui restauri non sempre azzeccati, hanno determinato un avvicendarsi di stili, dal romanico esterno, all'arte sobria interna con qualche pretesa classicheggiante nei pilastri, in cui motivi zoomorfi presenti nei capitelli recuperati, stanno forse a testimoniare un'origine longobarda del complesso. Affreschi oramai perduti nell'abside, anche se nell'altare rimane una Madonna con Bambino in legno, opera quattrocentesca di buona scuola senese. Interessanti anche le altre chiese di Arcidosso, a partire dal santuario della Madonna Incoronata, ove è situata una importante pala di Ventura Salimbeni, noto pittore senese del XVI secolo, i cui influssi barocchi sono assai evidenti, nonchè una pala d'altare raffigurante una Madonna con Bambino, di scuola senese tendente allo stile di Taddeo di Bartolo.

Nella parte nord del borgo arcidossino va ricordata la chiesa di San Leonardo, anch'essa originario possedimento dell'abbazia di San Salvatore, ove Francesco Vanni ha lasciato uno dei suoi capolavori, una "Decollazione di San Giovanni Battista", considerata una delle opere più significative dell'arte devozionale senese del seicento. Nella stessa chiesa sono presenti varie pale d'altare risalenti ad autori riferibili al cinquecento senese, precedenti cioè all'avvento dei Nasini, che stranamente ad Arcidosso si ritrovano solo nella periferica chiesa del convento dei Cappuccini e nel santuario della Madonna Incoronata (solo una copia della raffaellesca Madonna della Seggiola, di Giuseppe Nicola Nasini). Nel corso principale, in prossimità del borgo vecchio, una pregevole fontana in ghisa, a guisa di tempietto sta ad evidenziare una storia singolare legata ad una appropriazione compensativa, cioè la cessione dell'acqua da Arcidosso alla città di Grosseto e al centro di Follonica in cambio di un'opera dei maestri ferrai, attivi nell'ottocento in Follonica. Sulla strada per Casteldelpiano, limitrofo alla località di san Lorenzo, è il Convento dei Cappuccini, la cui chiesa racchiude una tela datata 1593 di Francesco Vanni, che raffigura Madonna e Santi ed è posta nell'altare maggiore.
Da notare in questa tela un recupero della policromia originaria che sorprende per la sua vivacità e che attesta il sapiente uso del colore da parte di un autore che ha lasciato segnali prestigiosi di talento nella città di Siena e nei suoi dintorni. A Montelaterone, la chiesa parrocchiale di san Clemente conserva nell'altare di sinistra una pregevole tela di scuola senese, risalente al seicento. a sinistra dell'altare maggiore è presente un Tabernacolo in marmo, assegnabile ai maestri senesi del secolo XV. Nella chiesa della Misericordia affreschi riferibili a Francesco Nasini. Casteldelpiano presenta una fisionomia urbanistica di tutto rispetto con una amena distribuzione degli spazi e con sequenze costruttive storicamente ordinate. Il pianoro che da il nome al paese è attraversato dal corso Nasini, e sviluppa verso sud e sud-ovest una espansione edilizia equilibrata. A monte del corso Nasini è il centro storico. Il centro di Casteldelpiano riveste i caratteri monumentali conferiti da due chiese, di epoche diverse, in cui l'intervento costruttivo si è spalmato nel tempo, soprattutto per la chiesa dei santi Niccolò e Lucia, detta anche chiesa dell'Opera. Anche la chiesa della Madonna delle Grazie è un edificio monumentale, dalla facciata ottocentesca con richiami barocchi, a completamento di una piazza di elegante aspetto scenografico.
La chiesa dell'Opera presenta al suo interno una dotazione artistica cospicua, in cui accanto ad opere figurative di Domenico Manetti (senese, attivo nella metà del seicento), e di Alessandro Casolani ("decollazione di san Giovanni Battista"), la dinastia dei Nasini, originaria del luogo, ha espresso una produzione di tele e affreschi ricca in qualità e quantità. Fra tutte va segnalata una "natività di Maria" di Giuseppe Nicola Nasini, che è forse una delle migliori opere di questo pittore, che - a sua volta - fra i Nasini era quello più raffinato e più aperto agli ambienti stilistici dell'epoca.

La famiglia dei Nasini ebbe a praticare la pittura sia su strutture murarie (affreschi), sia su tele, negli anni che vanno dalla metà del seicento alla metà del settecento, esercitando tale attività artistica con una produzione molto abbondante e distribuita in varie zone: prima di tutto nei centri dell'Amiata, ma anche in Siena, Firenze e Roma, accettando comunque committenze laddove esse venivano richieste. Il capostipite dei pittori nasiniani fu Francesco, seguito dal fratello Annibale e dai figli Antonio e Giuseppe Nicola, cui viene riconosciuta dalla critica la maggiore qualità artistica. Infine i figli di Giuseppe Nicola Nasini, Giacomo e Apollonio. Una valutazione complessiva dell'opera dei Nasini va riferita soprattutto a Giuseppe Nicola, che riassume in termini artistici, il meglio di quanto rappresentato dagli altri, a partire da Francesco Nasini. La loro arte fu soprattutto una ricerca e una riproposizione degli echi stilistici delle più importanti correnti pittoriche dell'epoca, per cui non è difficile individuare nei lavori di Giuseppe Nicola influssi barocchi, ma anche caravaggeschi, specie nelle espressioni luministiche. In molte tele si rinviene la presenza di toni estetici e manieristici dei pittori veneti ed emiliani, che lo stesso pittore ebbe spesso a frequentare, ma è pur sempre dominante un'arte domestica e devozionale che tende ad attenuare gli eccessi classicistici dell'epoca, con risultati spesso positivi. Francesco Nasini è invece maggiormente versato alla ricerca del superamento della fastosità baroccesca, introducendo nelle sue opere componenti intimistiche quasi primitive, tali da far pensare al manierismo napoletano riscontrabile negli ex-voto o comunque nella minore arte devozionale dell'epoca. Quanto alla tecnica del disegno, agli effetti di luce, alla proprietà cromatica, solo Giuseppe Nicola Nasini merita di essere considerato un maestro del pennello, anche se non sempre si è espresso su alti livelli produttivi, specie per la sovrabbondanza di opere provenienti dalla sua bottega in Siena. Lo stesso Giuseppe Nicola Nasini va poi ricordato per le tele dei Novissimi, un ciclo pittorico comprendente quattro raffigurazioni (la morte, il giudizio, il paradiso, l'inferno), che rimasero esposte per oltre un secolo in un salone di Palazzo Pitti a Firenze, a partire dal 1690 per volontà di Cosimo III dei Medici, riscuotendo nei contemporanei un successo scenografico ed emotivo di ampie proporzioni. Di fronte alla chiesa dell'Opera, che conserva, come abbiamo visto una rassegna di lavori nasiniani, è il tempio della madonna delle Grazie, il cui altare maggiore, che trasuda una scenografia totalmente barocca, è tuttavia riscattato artisticamente da una "Madonna con Bambino e santi", che è certamente da accreditare a Sano di Pietro, attivo in Siena nel quattrocento, o quantomeno alla sua scuola. Anche in questo tempio sono presenti, e non poteva essere diversamente, tele dei Nasini. Nella chiesa parrocchiale di Montegiovi, un ameno borgo situato in un'altura occidentale dell'Amiata, si rinvengono opere accreditabili a Francesco Nasini e ai suoi discendenti.

Più interessanti sotto l'aspetto artistico i reperti presenti a Montenero d'Orcia, altra frazione di Casteldelpiano. Una Porta con piombatoio testimonia l'esistenza di fortificazioni ricostruibili solo in maniera virtuale. La chiesa di Santa Lucia, piccola e sobria, lascia intravedere dipinti di qualità apprezzabile che pur non riferibili ad autori sicuramente individuati, rivelano influssi dell'arte senese di varie epoche, fra cui un Cristo in croce attribuito con una certa approssimazione, ma con motivazioni assai valide, ad Ambrogio Lorenzetti. A Monticello Amiata, nella chiesa parrocchiale, è rinvenibile una "Madonna in trono" di Bartolomeo Neroni, detto il Riccio, pittore senese del cinquecento, seguace del Sodoma. Nella cappella di val di Prata ritroviamo puntualmente un'opera dei Nasini, stavolta di Giuseppe Nicola, raffigurante una serie di figure sacre. Ma una sequenza di opere d'arte che merita grande attenzione è rinvenibile a Seggiano, un borgo amiatino nato come casale del Monastero di San Salvatore, poi divenuto possesso della Repubblica Senese prima ancora delle conquiste territoriali amiatine di Guidoriccio da Fogliano.
Vale qui ricordare una serie di affreschi, ovviamente a tema sacro, di Girolamo di Domenico, nel piccolo oratorio di San Rocco, appena all'esterno dell'abitato. Girolamo di Domenico, pittore illustre del tardo quattrocento senese, nel produrre tali affreschi ha risentito degli influssi umbri, realizzando una pregevole sintesi artistica fra due scuole di alta valenza decorativa. Il "Maestro di Panzano", anch'esso quattrocentista senese, evidenzia un polittico a tema sacro, nel Palazzo comunale.
Ancora un grande dell'arte figurativa del Trecento senese, identificato dapprima come "maestro d'Ovile" e più recentemente in Bartolomeo Bulgarini, è l'autore di un polittico con una "Vergine in trono con Bambino e santi", ubicato nella chiesa parrocchiale di San Bartolomeo.
Nella parte alta del borgo, la chiesa del Corpus Domini conserva dipinti di scuola senese e una serie di reliquie provenienti dal Convento del Colombaio, in cui ebbe ad svolgere la sua opera mistica e meditativa San Bernardino da Siena.

Sulla strada per Casteldelpiano troviamo un edificio di culto dall'elegante veste architettonica, risalente al tardo cinquecento, il Santuario della Madonna della Carità, con una facciata pretenziosa e con decorazioni di qualità. Sulla strada per Castiglione d'Orcia, sulla sinistra deviazioni stradali conducono al Castello del Potentino, possedimento dei Monaci di San Salvatore, ben conservato nel tempo e attualmente restaurato.
Non lontano i ruderi del Convento del Colombaio, che fu probabilmente uno dei primi esempi di monachesimo, fondato in Toscana da San Francesco nel 1221, ove nel quattrocento svolse la sua attività mistica e contemplativa per lungo tempo San Bernardino degli Albizzeschi, tanto che il convento è citato spesso nelle cronache post-medioevali come il Convento di San Bernardino da Siena.
Sopra Seggiano, fra i boschi e i silenzi della montagna, è la frazione di Pescina, nella cui chiesa parrocchiale è una preziosa tavola raffigurante una "Vergine con Bambino", accreditata al pennello di Luca di Tommè, fra gli artisti più significativi del Trecento senese.
Castiglione d'Orcia, un borgo fortificato medioevale, di cui residuano resti di mura di cinta con porte e due torri, è posto in un livello intermedio fra Amiata e val d'Orcia, con panorami vallivi di grande impatto emotivo, quei panorami che sono il simbolo del paesaggio toscano, con distese erbose, crete, filari di cipressi e casali o ville di campagna. La parte più antica del borgo è individuabile nella piazza del Vecchietta, sulla quale si affacciano il Municipio, un pozzo del '600 ed altri edifici d'epoca.
Il Vecchietta, cioè Lorenzo di Pietro, noto e valente pittore attivo nel quattrocento senese, è nativo di questo borgo, e per tale motivo la piazza principale del paese è a lui intitolata. Ma un rilievo del tutto particolare assume la chiesa dei Santi Stefano e Degna, che presenta una dotazione artistica del tutto insolita per qualità e per notorietà degli autori: tre opere di capitale rilevanza della pittura senese: una "Madonna con bambino e angeli" dello stesso Vecchietta, un'altra "Madonna con Bambino" di Pietro Lorenzetti e ancora una "Madonna" attribuita recentemente dalla critica più autorevole a Simone Martini. Purtroppo tali opere, per essere state ormai considerate di altissimo valore artistico, non sono più nella loro collocazione originaria.
Per motivi di sicurezza e di maggiore idonea conservazione, dopo essere state dislocate per qualche anno presso la Soprintendenza di Siena e Grosseto, oggi risultano assegnate al vicino Museo di Montalcino. Rimane invece assegnato alla chiesa parrocchiale dei santi Pietro e Paolo, a Roccalbegna, un polittico di Ambrogio Lorenzetti, datato all'incirca al 1340, raffigurante una "Vergine con Bambino e i santi Pietro e Paolo", di elevatissimo pregio artistico, tanto da essere qualificato come uno dei capolavori dell'illustre autore. Merita inoltre un doveroso cenno l'oratorio retrostante alla chiesa, che ospita una piccola raccolta di dipinti a tema sacro, fra cui una Croce di Luca di Tommè, insigne autore del trecento senese, ed una rassegna di tele dei soliti Nasini.

A Semproniano, templi secenteschi nel centro storico e nelle vicinanze del paese, con pregevoli acquasantiere. Posto su uno sperone roccioso, a guardia delle gole dell'Albegna, il piccolo ma integro borgo di Rocchette di Fazio, che conserva antiche costruzioni, quali il Palazzo Pretorio e l'Ospedale di San Bartolommeo, risalente al 1330. In prossimità dei resti della rocca aldobrandesca, si presenta un vasto e articolato panorama che dalle selvagge rupi dell'Albegna spazia alle estreme alture meridionali del monte Amiata, in un aspro reticolato di rocce e vegetazione.

(Fonte principale di riferimento: Bruno Santi, "Il Monte Amiata, itinerario storico-artistico", Lions Club Amiata, 1987)

"Scorrono per la montagna in grande quantità limpidissime acque sorgenti da luoghi deliziosi tali che ninfe e fauni non hanno mai trovato più belli, e queste acque formano ruscelli che rendono la terra sempre fresca e feconda e tale che nessun'altra montagna le può stare a confronto; ed io la giudico nelle delizie, nella bontà delle acque e dell'aria, ...non inferiore a quelle della Grecia, che gli antichi poeti divinizzarono nei loro canti. Quivi l'estate non ha luogo ed il suo posto è occupato dalla più ridente delle primavere; quivi l'uccello ha più dolce il suo canto, e il fiore più vivo il suo colore e più tenace il suo profumo".

(Papa Pio II, Commentari, IX) AMIATA , LA MONTAGNA MADRE