Casale con piscina in Val d'Orcia

 

 

 

Archeologia
I reperti artistici nei centri del territorio del monte Amiata sono numerosi ed alcuni di eccelsa qualità.
La fortunata circostanza rappresentata dal fatto geo-politico di essere ricaduto l'intero territorio amiatino in un'area in cui si sono accavallate e succedute le civiltà etrusca e romana, e successivamente nel medioevo aver rappresentato un importante crocevia tra la repubblica di Siena e i possedimenti pontifici, nonchè l'essere attraversato da nord a sud dalla via Francigena, va registrata come una somma di motivazioni congeniali allo svolgimento di attività artistiche, che si sono concretizzate in presenze di autentiche opere d'arte, molte delle quali conservate nelle chiese, nei monasteri o nei castelli locali, altre purtroppo emigrate ad arricchire i musei e le pinacoteche di Firenze, Siena e Roma.

La primaria influenza dell'arte senese ha lasciato testimonianze cospicue, commissionate a suo tempo da poteri ecclesiastici, ma anche laici, presenti ed operanti in varie epoche nei centri amiatini. Altre sono state volute e prodotte da casate esterne all'Amiata, ma che mantenevano nel tempo saldi legami con quel territorio.


Scavi archeologici eseguiti, specie in epoche recenti sull'Amiata o nelle vallate sottostanti, hanno fatto emergere interessanti elementi e spunti di studio e di ricerca, per risalire agli usi e alla vita degli insediamenti preromani ed etruschi della zona. In realtà si ricava, dallo scarso numero dei ritrovamenti, l'indicazione che nella protostoria, così come successivamente nelle civiltà etrusca e romana, la presenza di agglomerati di una certa consistenza sarebbe da escludere, perlomeno nella fascia altitudinale al di sopra dei 600 metri. I rinvenimenti interessano in modo sparso e frammentario le più basse vallate del Paglia, del Formone e dell'Orcia, ove erano possibili attività umane collegate all'agricoltura.

Le parti più elevate dell'Amiata venivano visitate sporadicamentate, forse per sfruttare in modo occasionale certi prodotti del suolo, come i coloranti (cinabro e ocre), da comunità stanziate nelle aree non proprio limitrofe al territorio amiatino. Ma soprattutto il legname delle selve costituiva una materia prima altamente appetibile per i primi abitatori dei territori a valle dell'Amiata, e successivamente da parte degli etruschi e dei romani, stanziati nelle civitas.

I primi segnali di una presenza dell'uomo nei versanti dell'Amiata, identificati in cuspidi di freccia o in attrezzi realizzati in corna di cervo, sono stati reperiti nella località Campogrande di Casteldelpiano, mentre casuale ma di grande importanza archeologica è stato il rinvenimento di un attrezzo in ferro a Campigliola, nel comune di Castiglion d'Orcia. In una grotta detta del "Tesoro", in località Catarcione, nel comune di Abbadia san Salvatore, sarebbero stati scoperti i graffiti di un soggetto antropomorfo, appellato dai ricercatori come "l'arciere dell'Amiata", ma che rimane tutt'oggi di incerta datazione.

Al tempo degli Etruschi l'Amiata si poneva come un massiccio situato in un' area di frontiera fra potentati appartenenti alle città di Chiusi, Vetulonia, Roselle, Volsinii, e Vulci.
In quei tempi lontani (siamo nel X-IIX secolo a. C.), si è oramai pressochè accertata l'esistenza di una grande struttura di culto, testimoniata da rinvenimenti archeologici consistenti in un'antefissa (fregio ornamentale della gronda di un grandioso edificio) e in altre terrecotte architettoniche, anch'esse di consistenti dimensioni, nella località di Poggio alle Bandite, nei pressi di Seggiano. Anche nei territori contermini (Montalcino, Montelaterone, Montegiovi, Castiglion d'Orcia, Campiglia d'Orcia ed altre zone a nord della montagna) rinvenimenti attinenti al culto, fanno pensare ad una sorta di raggiera di "sacralità", al cui centro era l'imponente santuario, collocato come si è detto a Seggiano, che forse ha costituito una specie di primario luogo sacro a servizio della spiritualità e dei culti etruschi. In questo contesto, merita una doverosa segnalazione l'esistenza di un'epigrafe, inglobata nel muro delle chiesa di San Clemente a Montelaterone, con iscrizione dedicata a Giove Ottimo Massimo.
L'epoca della romanizzazione delle città etrusche, databile al II-I secolo a. C., ha lasciato maggiori evidenze archeologiche nell'area amiatina. Necropoli, o tombe isolate, sono state rinvenute nell'area del Potentino, sempre vicino a Seggiano, urne cinerarie a Montesalario, nel comune di Casteldelpiano. In prossimità di Castiglion d'Orcia e di Campiglia i ritrovamenti divengono più frequenti con una serie di urne e lapidi contenenti iscrizioni pertinenti a inumazioni di famiglie gentilizie.
Un deposito votivo, particolarmente cospicuo, per numero e qualità di oggetti, è stato reperito a Radicofani, nel versante che guarda il Paglia: anche qui possiamo ipotizzare l'esistenza di un luogo di culto per la presenza, fra gli oggetti rinvenuti, di statuette di Lari, poste forse a protezione di un itinerario che cominciava ad essere sempre più praticato, che diverrà poi la via Romea o Francigena.

Nel 1992 nei pressi di Abbadia San Salvatore, ricerche universitarie hanno evidenziato la presenza di numerosi materiali lapidei, laterizi ed oggetti ceramici, che indicano una rete insediativa, posta a valle dell'attuale abitato di Abbadia, tesa ad un modesto sviluppo agricolo, favorito dall'utilizzo del bosco, ma soprattutto supportato dall'arrivo di una classe di famiglie terriere (la nobilitas delle campagne) rivitalizzate dagli indirizzi della politica semischiavistica romana e dalle residue aristocrazie etrusche. Materiali attinenti a tombe alla cappuccina sono stati rinvenuti in discreta quantità poco sopra Bagni S. Filippo, e sono riferibili anch'essi alla prima romanizzazione dell'Etruria.
Gli Etruschi e i Romani chiamavano Mons Tuniatus la montagna amiatina, con ciò mettendo in evidenza una chiara designazione sacrale: Tinia, o Tunia, era infatti la massima divinità etrusca, ed era assai consueta un'attribuzione devozionale alle sommità delle montagne, che dovevano apparire come ipotetica residenza degli dei oggetto del culto.

(Fonti: Cambi, Bianchi Bandinelli, Mazzolai, Ciacci, Pistoi, Kurze, Francovich, G. Valle, Negroni, Citter, Nucciotti)

« Quando dalla vetta della montagna scivolo con lo sguardo sul grande manto verde, ho l'impressione di accarezzare un prodigioso scrigno dove si conservano memorie millenarie abbarbicate allo strato di lava sceso dalla vetta trecentomila anni fa...sono nato nel silenzio di un paese medioevale, sulle pendici di un vulcano spento e in una cornice umana dove era difficile discernere il confine tra la realtà e la fiaba. Sono cresciuto avvolto in un silenzio che mi dava spavento e mi avvezzava ai contatti col mistero. È stata una grazia? È stata una circostanza casuale che ha condizionato la mia libertà per sempre? Queste domande si spengono nel silenzio e cioè nel giusto posto”.

(Padre Ernesto Balducci, dal libro La Montagna incantata)